Live (quasi) from EXPO2015

Ho scritto e riscritto questo post tante volte, perché temevo di non riuscire a inquadrare la visione giusta da lasciarvi.

A volte ho avuto paura di essere troppo didattica, altre di essere troppo filosofa, poi ho finalmente deciso di scrivere senza intenzioni, semplicemente parlando a voce alta, pensando a quello che ho vissuto, visitando l’Expo di Milano.

Così, vi racconto che la mia prima impressione è stata quella di entrare a Gardaland, perché delle strutture uguali, incastonate nella roccia finta, le avevo già viste lì.

Poi, una volta arrivata sul Decumano, ho avuto giusto il tempo per riprendermi dallo stupore di tanta bell’architettura esposta tutta insieme, che ho pensato: tutto qui?

Non so perché, ma più che una strada con padiglioni a destra e sinistra, mi aspettavo un parco immenso formato da un dedalo di vie, in cui potevi perderti alla ricerca di tanti mondi così vicini.

Abbiamo subito iniziato a entrare nei vari padiglioni, scegliendo di compiere il percorso da sinistra verso destra e procedendo a zig zag tra i due lati opposti della strada ma purtroppo, anche se me lo avevano raccontato, non avevo creduto fino in fondo che ci sarebbe stata la fila per visitare le diverse aree, così abbiamo dovuto abbandonare subito la nostra strategia e procedere random.

Da fuori, tantissimi padiglioni sfoggiavano una struttura maestosa, espressione di tanto genio e creatività e con giardini che sembravano toccare il cielo…

…ma…

…ma all’interno il messaggio qual era?

Per me che sono abituata a frequentare le fiere di settore, mi è semplicemente sembrata una Bit in versione gigante, dove ogni Paese mette in bella mostra tutto quello che ha, esortando alla visita; ma alla Bit, almeno, il messaggio è coerente.

Ho visitato il padiglione del Sudan che altro non era che un negozio di chincaglierie.

Oppure ho fatto una fila immensa per gustare le specialità tipiche coreane (visto che Aramis è un maestro di arti marziali), per scoprire solo alla fine che il ristorante era chiuso.

Tanta bella tecnologia (spettacolare il padiglione della Corea!), piantine di basilico sparse ovunque, filmati e scritte chilometriche sui muri di ogni Paese…ma cosa raccontano? Chi ha il tempo di leggerle tra una massa di gente che ti spinge all’uscita?

Nessuna interattività, nessun messaggio diretto e tutto troppo zen.

La mia domanda di rito, all’uscita di ogni padiglione è stata: e quindi? Anche se, probabilmente, la domanda giusta e preliminare sarebbe stata: cosa mi aspetto?

In realtà, credo ci fossero tante cose interessanti, ma riservate a chi aveva più tempo, a chi ci andava giusto per partecipare a quella determinata attività o per visitare un paio di padiglioni al giorno.

Poter comprendere qualcosa in un giorno solo era impossibile, perché tutto troppo ermetico. Sarebbe stato interessante chiedere a chi ha aspettato un’ora e quaranta prima di entrare nel padiglione del Giappone, cosa ha capito al termine.

Sarebbe ancor di più interessante capire se abbiamo lasciato Expo con un minimo di responsabilità per le generazioni future.

Quello che di sicuro abbiamo capito è che per mangiare un piatto di riso, ci vogliono 20 euro…alla faccia del concetto di cibo sostenibile e accessibile a tutti!

Ma tiriamo le somme:

  1. Expo è bello e ci si deve andare perché è un evento mondiale a portata di mano, ma occorre partire informati.
  2. Scegliere i padiglioni in base alla attività e parteciparvi, studiare gli eventi in programma e non trasformare la visita in semplice gita scolastica, dove si gironzola e si fa baldoria.
  3. Visitare i padiglioni di Russia e Belgio, fortemente incentrati sul cibo locale e sulle nuove tecnologie.
  4. Portarsi un panino da casa, l’acqua c’è!

In sostanza, se lo fanno l’anno prossimo non ci ritorno…ma è stato bello parteciparvi! 😉

(Alcune fotine per voi!)

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